Nicko McBrain: “Pronto a suonare ancora con gli Iron Maiden. I concerti? Non devono essere solo per i ricchi”

(Adnkronos) – A dieci anni guardava un batterista in televisione e capiva che quella sarebbe stata la sua strada. A 74 anni, di cui 42 anni negli Iron Maiden, Nicko McBrain continua a parlare di musica con lo stesso entusiasmo di quel ragazzino. È forse questo l’aspetto più interessante di ‘Hello Boys And Girls’, l’autobiografia appena arrivata in Italia per Il Castello nella collana Chinaski: il racconto di una passione che non ha mai smesso di cambiare forma. McBrain ripercorre gli anni prima dei Maiden, le droghe, gli eccessi, l’ingresso nella band, i rapporti con Bruce Dickinson e gli altri compagni, fino all’uscita dal gruppo nel 2024 dopo l’ictus che gli ha compromesso la possibilità di suonare come prima. Oggi, da fuori, guarda i suoi ex compagni continuare a correre sul palco mentre si dice pronto a tornare dietro la batteria “per qualche traccia”, se ci sarà l’occasione di un nuovo album. E con l’AdnKronos parla anche di ciò che sta succedendo nell’industria musicale: prezzi dei biglietti sempre più alti, concerti che rischiano di diventare inaccessibili e una musica dal vivo che, se non si mette un freno, potrebbe finire per assomigliare a qualcosa di molto diverso da quello che conosciamo. “Non essere avidi. Fate in modo che funzioni” è il suo messaggio. 

Nicko, nel libro racconti che ti sei innamorato della batteria guardando un programma televisivo, quanto di quel ragazzino è ancora presente oggi?
 

“Oh, non se n’è mai andato. La passione è sempre quella del ragazzino di dieci anni che guardava il suo idolo in televisione, semplicemente è cresciuta e si è trasformata con il tempo. E sì, ce l’ho ancora addosso. È uno dei motivi per cui possiedo un negozio di strumenti musicali, specializzato in batterie. Credo che ogni ragazzo che inizia a suonare la batteria conosca questa sensazione: passare davanti a un negozio di musica, vedere uno strumento nuovo e sentire immediatamente il desiderio di entrare a dare un’occhiata. Ti chiedi: “Cos’è quella batteria? Com’è quel modello nuovo? Chissà come suona”. È un entusiasmo che nasce da lì, da quel ragazzino curioso che continua a vivere dentro di noi. E, sì, ancora oggi, alla mia età, provo la stessa emozione davanti a a un set di piatti appena uscito o a qualsiasi strumento a percussione diverso dal solito. Quella passione non è mai scomparsa”. 

Nel libro racconti anche che, prima di entrare negli Iron Maiden, avevi già suonato con diversi musicisti e vissuto esperienze molto diverse. Quanto è stato difficile trovare la tua strada nella musica?
 

“Non è stato facile. Mi cacciavano continuamente dalle band in cui suonavo. Lemmy, che era un caro amico fin dai primi anni Settanta, ogni volta che mi vedeva scherzava: “Allora, chi ti ha licenziato stavolta?”. Sono diventato musicista professionista a 21 anni e ci sono voluti quasi nove anni, in realtà ancora di più, prima di trovare il mio posto negli Iron Maiden. È stato un percorso lungo e spesso complicato: ho suonato in molte band, sono stato allontanato da diverse di loro e alcuni progetti sono naufragati per problemi economici, gestionali o per un management non all’altezza. Alla fine, però, ho trovato le persone giuste. Steve Harris aveva un sogno e c’erano altri ragazzi pronti a condividerlo con lui. Quando entrai negli Iron Maiden e facemmo la prima prova, nel gennaio del 1983, capii subito di aver trovato la mia casa. Pensai: “Ecco, questi sono i miei ragazzi”. Ma per arrivarci è stato necessario un viaggio lungo e piuttosto duro”. 

Parli anche del rapporto con le droghe e con l’eroina alla fine degli anni Settanta. Dici che sei stato abbastanza fortunato da non sviluppare una dipendenza più grave e che hai smesso prima di entrare negli Iron Maiden. Quando ripensi a quegli anni, che cosa ti colpisce di più? Quanto è stato importante per te riuscire a uscire da quella situazione?
 

“Personalmente non credo che le droghe siano mai qualcosa di positivo. Quando sei giovane magari ti capita di sperimentare, ma non ne vale la pena. Non ti fanno suonare meglio, anche se a volte puoi convincerti del contrario. Io sono stato fortunato: sono riuscito a smettere da solo, senza dover ricorrere alla riabilitazione. Ho smesso di bere, fumare, fare uso di hashish e cocaina, e già negli anni Settanta avevo abbandonato l’eroina, una sostanza estremamente pericolosa che può creare dipendenza anche dopo una sola volta. Oggi la situazione è forse ancora più insidiosa, perché molte droghe contengono sostanze come il fentanyl, che possono essere letali. Ho visto persone perdere la vita per questo e mio figlio stesso, che è pulito da quattro anni, ha perso degli amici lungo il percorso. Per questo il mio consiglio a chiunque stia affrontando un problema di dipendenza è di chiedere aiuto a professionisti e circondarsi di persone che sappiano davvero sostenerlo. Io sono assolutamente contrario a qualsiasi tipo di droga, proprio per tutto quello che ho visto e vissuto”. 

Sei entrato negli Iron Maiden nei primi anni Ottanta. Ricordi il momento in cui hai pensato: ‘Questa è la volta giusta’?
 

“Il momento è arrivato il 9 gennaio 1983, alla prima prova con gli Iron Maiden. Eravamo in una sala del Chalet Hotel di Corbiere, a Jersey, e dopo aver suonato insieme quattro o cinque brani ho capito subito che era il posto giusto per me. Mi sono detto: “Ecco, ci siamo. Questa è la mia band”. In realtà conoscevo già gli Iron Maiden da qualche anno. Li avevo visti dal vivo nel 1980, al loro primo concerto fuori dall’Inghilterra, e osservando Steve Harris sul palco avevo pensato che sarebbero diventati enormi. Conoscevo anche il loro manager, Rod Smallwood, che già alla fine degli anni Settanta mi parlava della band come di un fenomeno destinato a esplodere. Ma è stato solo quando mi sono seduto dietro la batteria e abbiamo iniziato a suonare pezzi come Wrathchild e The Number of the Beast che ho avuto la certezza di aver trovato una casa. La sensazione fu immediata: “Ho trovato i miei ragazzi”. Poco dopo partì il tour di Piece of Mind e, da lì in avanti, il resto è storia: oltre quarant’anni trascorsi insieme agli Iron Maiden”. 

E dopo tutto questo tempo, com’è cambiato il tuo rapporto con la band? Com’è oggi?
 

“Con il passare degli anni il rapporto tra noi è diventato sempre più forte. Ci sono stati momenti difficili, naturalmente. Prima l’uscita di Adrian nel 1991, poi nel 1993 quella di Bruce. Abbiamo vissuto alcuni anni con Blaze Bayley, un periodo che ricordo con grande affetto e che ha prodotto due ottimi album, The X Factor e Virtual XI. Quando Bruce e Adrian sono tornati, però, è successo qualcosa di speciale. Sembrava quasi che non se ne fossero mai andati. Allo stesso tempo, tutto era diverso: non eravamo più in cinque, ma in sei. L’energia della band cambiò completamente e i rapporti personali si rafforzarono ancora di più. Siamo diventati un gruppo più unito, più solido, una vera famiglia. Gli ultimi venticinque anni sono stati straordinari. Bruce è uno dei miei eroi e gli voglio bene, così come a tutti gli altri membri della band. Quello che ci lega va oltre la musica: è amicizia, rispetto reciproco, passione condivisa. C’è una sorta di magia che nasce dal modo in cui stiamo insieme e lavoriamo insieme. E questa famiglia non si limita ai sei membri degli Iron Maiden. Comprende anche il management, da Rod Smallwood ad Andy Taylor, il tour director Ian Day, tutta la crew e le persone che lavorano dietro le quinte. Il successo degli Iron Maiden è il risultato di uno sforzo collettivo: senza di loro non saremmo dove siamo oggi, così come loro non sarebbero gli stessi senza la band. È questo legame tra tutti noi che rende questa storia così speciale”. 

Qual è, secondo te, il segreto della longevità della band?
 

“Credo che il segreto sia la passione che questi ragazzi hanno ancora per la musica e per il palco. Quando li guardi suonare lo percepisci immediatamente. Simon (Dawson, ndr) è un batterista straordinario, molto diverso da me, ma l’energia è la stessa: si divertono, si vogliono bene e amano ancora quello che fanno. È anche divertente vedere come sono cambiati nel tempo. Negli anni Ottanta Adrian stava quasi immobile, Dave sorrideva e si muoveva poco. Oggi, invece, corrono da una parte all’altra del palco, salgono persino sulla pedana della batteria. Si divertono come sempre, e perché non dovrebbero? Molti di loro hanno superato i 65 anni, l’età in cui tanti pensano alla pensione, eppure gli Iron Maiden continuano a crescere e ad andare avanti. Alla base di tutto ci sono grandi canzoni, musicisti straordinari e una voce unica come quella di Bruce, che conserva ancora una potenza impressionante. Per me è stato un privilegio trascorrere 42 anni con questa band. Certo, mi dispiace non aver potuto partecipare al tour The Future Past a causa dei miei problemi di salute. Avrei davvero voluto esserci. Ma sono felicissimo che la band continui il suo percorso e abbia aggiunto nuove date. Sono orgoglioso di loro e non vedo l’ora di rivederli dal vivo il prossimo anno, quando passeranno dagli Stati Uniti”. 

Perché non sei ancora andati a vederli dal vivo?
 

“In realtà il motivo è semplice. Nel primo tour Simon era appena entrato nella band e non volevo presentarmi lì a fargli sapere che ero tra il pubblico. Era il nuovo batterista e ritenevo giusto lasciargli il suo spazio. Per la seconda parte del Run For Your Lives Tour avevo invece programmato di andare a Knebworth. Ci tenevo molto, anche perché sapevo che ci sarebbero stati Blaze Bayley e la band di Ricky Warwick. Purtroppo, però, ho dovuto rinunciare: avevo alcuni impegni da gestire negli Stati Uniti, dove vivo, e mia moglie è stata molto chiara sul fatto che dovessi restare a casa. Adesso la band è impegnata in Sud America e poi andrà in Australia, quindi non credo che riuscirò a raggiungerli. Ma l’anno prossimo andrò sicuramente a vederli. E no, il motivo non è che mi siederei tra il pubblico pensando continuamente: “Dovrei essere io lassù”. Certo, ogni tanto quel pensiero potrebbe anche sfiorarmi. Dopo tutto ho passato più di quarant’anni dietro quella batteria. Ma sono abbastanza maturo da non lasciare che questo influenzi il rapporto con i miei amici e con quelli che considero ancora i miei fratelli”. 

Se ti chiedessero di suonare alcune tracce di un nuovo disco, accetteresti?
 

“Sì, assolutamente. Se dovesse succedere, dovrebbe trattarsi di brani adatti alle mie condizioni attuali. Ci sono canzoni degli Iron Maiden che riesco ancora a suonare senza problemi, come Stranger in a Strange Land o The Number of the Beast. Altre, invece, più complesse e ricche di passaggi tecnici, come Murders in the Rue Morgue, oggi sarebbero troppo impegnative per me. Per questo mi piacerebbe contribuire a qualche brano piuttosto che a un intero album. Magari potrei suonare su due, quattro o cinque pezzi, quelli più adatti al mio stile e alle mie possibilità. Del resto, Simon Dawson è ormai il batterista della band e sarebbe giusto che fosse lui a occuparsi della maggior parte del lavoro. L’idea di tornare per qualche partecipazione speciale, però, mi piacerebbe molto. Al momento non ci sono piani concreti per un nuovo disco degli Iron Maiden, ma le cose possono sempre cambiare. Per ora non resta che aspettare eventuali annunci ufficiali e vedere cosa riserverà il futuro”. 

Alcuni artisti scelgono di parlare apertamente di politica durante i loro concerti, anche su questioni divisive come la guerra e quello che sta accadendo nel mondo. Altri artisti preferiscono tenere la politica fuori dal palco. Tu da che parte stai?
 

“Credo che questa domanda parta dall’idea che i musicisti debbano necessariamente essere politici. Personalmente non la penso così. Non credo che un artista abbia l’obbligo di prendere posizione o di fare politica attraverso la propria musica. Detto questo, ci sono musicisti che hanno convinzioni politiche molto forti, sia a sinistra sia a destra, e hanno tutto il diritto di esprimerle. Allo stesso modo, però, mi aspetto che venga rispettata anche la mia scelta di non farlo. Ognuno dovrebbe essere libero di seguire la strada che ritiene più giusta, senza imporre le proprie convinzioni agli altri”. 

Nel libro usi molta autoironia. Non è un’autobiografia convenzionale. Quanto è stato difficile mettere dentro anche i periodi e le storie più difficili della tua vita?
 

“In realtà non è stato così difficile, quanto piuttosto molto lungo. Ho iniziato a scrivere il libro tra il 2011 e il 2012 e, arrivato a 21 capitoli, mi sono bloccato. Nel frattempo ero impegnato con il Final Frontier Tour e poi con la realizzazione di The Book of Souls, quindi il lavoro con la band ha inevitabilmente preso il sopravvento. Per anni Rod Smallwood ha continuato a chiedermi quando avrei finito il libro. Quando mi sono ritirato, mi disse scherzando: “Adesso hai tutto il tempo del mondo”. Fu lui a spronarmi a completarlo e a promettermi che avrebbe trovato un editore una volta terminato. A darmi una mano è stato anche un caro amico che aveva già collaborato alla stesura di diversi libri sportivi, oltre ad aver lavorato con Geezer Butler alla sua autobiografia. Grazie al suo aiuto e all’impegno di Rod, che ha trovato un accordo con HarperCollins, il libro è finalmente arrivato in libreria. La sfida più grande, durante la scrittura, era gestire i ricordi: ogni storia ne faceva riaffiorare un’altra e spesso dovevo decidere quale fosse la più adatta da raccontare in quel momento. Volevo soprattutto che il libro fosse onesto, ma senza risultare volgare. Ci sono un paio di parolacce e alcuni episodi piuttosto movimentati, ma ho cercato di mantenere il tono e i valori con cui sono cresciuto, quelli che mi hanno trasmesso i miei genitori e mia sorella. Sono soddisfatto del risultato finale. Alcune storie sono rimaste fuori, altre le ho alleggerite o ripulite un po’. Diciamo che nel libro c’è abbastanza da lasciare spazio all’immaginazione, senza bisogno di raccontare proprio tutto”. 

Che cosa pensi delle dinamiche dei prezzi dei biglietti oggi? Vediamo prezzi davvero folli. Ti preoccupa che la musica possa diventare un’esperienza riservata soltanto alle persone più ricche?
 

“È una domanda delicata, perché oggi ci sono artisti e promoter che, in qualche caso, approfittano della popolarità di una band quando vanno in tour. Gli Iron Maiden hanno sempre cercato di offrire ai fan un’esperienza di grande livello senza spingere i prezzi dei biglietti a cifre assurde. Detto questo, organizzare un grande tour è diventato incredibilmente costoso: produzioni sempre più complesse, schermi, scenografie, effetti speciali e una struttura enorme da portare in giro. Credo però che si debba fare una distinzione. Ci sono band che cercano di mantenere un equilibrio e altre che finiscono per spremere i propri fan. Quello che non mi piace è quando andare a un concerto diventa una sorta di lotteria o quando a un biglietto apparentemente accessibile si aggiungono parcheggi, merchandising e costi extra che fanno lievitare il conto finale.  

Una famiglia dovrebbe poter assistere a un concerto senza dover spendere una fortuna. Invece sta diventando sempre più difficile e il rischio è che la musica dal vivo diventi un lusso riservato a chi può permetterselo. Se per vedere la tua band preferita devi pagare centinaia di dollari per un solo biglietto, molte persone finiranno inevitabilmente per restare fuori. Per questo credo che il settore debba riflettere seriamente sulla questione. Bisogna trovare un equilibrio tra i costi reali di uno spettacolo e il rispetto per il pubblico. È giusto che un tour sia sostenibile e redditizio, ma non che si approfitti della passione dei fan solo perché si può farlo. In definitiva, il mio messaggio è semplice: fate in modo che il sistema funzioni, ma senza avidità. Perché se i prezzi continueranno a salire, il rischio è che la musica dal vivo diventi sempre meno accessibile, ed è una prospettiva che dovrebbe preoccupare tutti”. 

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