The Strokes, a Bologna anche ‘Bella ciao’ per una band che non vuole piacere a tutti i costi
(Adnkronos) – Non c’è un’altra ‘Reptilia’ da cercare o una nuova ‘Last Nite’ da replicare. The Strokes arrivano all’Unipol Arena di Bologna con ventotto anni di carriera alle spalle e un nuovo album, ‘Reality Awaits’, che prende le distanze, almeno in parte, da quello che la band è stata finora. Il pubblico è qui per le canzoni che conosce a memoria, la band porta sul palco anche quelle che fino a qualche mese fa non erano pensabili nel loro repertorio. Come fanno a essere gli stessi Strokes che hanno travolto la scena rock dei primi anni Duemila e quelli che oggi sembrano sempre meno interessati a piacere a tutti i costi? È un equilibrio che la band newyorkese ha imparato a gestire nel tempo. Nel 2001 ‘Is This It?’ aveva fissato i canoni del revival garage rock, dando vita negli anni a una serie infinita di cloni: la voce svogliata di Julian Casablancas e altri quattro musicisti capaci di ottenere un risultato perfetto senza sforzo apparente. Non a caso, dopo ‘Room on Fire’ del 2003, ogni tentativo di allontanarsi da quella formula è stato misurato sul confronto con i primi dischi. Da ‘Is This It?’, con la sua apparente semplicità, agli esperimenti di ‘Angles’ (2011) e ‘Comedown Machine’ (2013) e il diverso equilibrio di ‘The New Abnormal’ del 2020, gli Strokes hanno continuato a modificare la propria formula, senza liberarsi mai del tutto dall’etichetta di indie band degli esordi. ‘Reality Awaits’, pubblicato lo scorso luglio e prodotto da Rick Rubin, ha sparigliato le carte. L’Auto-Tune che deforma la voce di Casablancas ha diviso critica e fan ma è anche uno degli elementi più interessanti del disco. Di fatto, Casablancas è tra i pochi a usarlo senza dare sui nervi. Le critiche di Anthony Fantano, tra i recensori musicali più seguiti su YouTube, sono finite persino nel mirino della band, che gli ha risposto per le rime in ‘Lonely in the Future’. Uno dei brani che arriva anche sul palco di Bologna, insieme a ‘Dine N’ Dash’, che cambia continuamente direzione. Dal vivo il legame con il pubblico non si è allentato. Anzi, la band appare in forma come non accadeva da un po’. L’attesa italiana è stata lunga: l’ultima esibizione nel nostro Paese risale al 2011, a Vigevano, dove il concerto era stato interrotto per problemi tecnici e portato a termine con una scaletta ridotta. A Bologna è l’unica data italiana e l’Unipol Arena è tutto esaurito. La nuova stagione degli Strokes, del resto, assomiglia a una seconda Golden Age, con un tour sold out e biglietti diventati introvabili per chi non si è mosso in tempo. La formazione sale sul palco dopo le esibizioni di Alex Cameron e Fat White Family. Julian Casablancas entra in scena con un lungo cappotto nero e gli occhiali da sole, nonostante il caldo. Cappotto che, inspiegabilmente, resterà addosso per tutto il concerto. Lo chiude e lo stringe spesso con una mano sul ventre, quasi a volerlo tenere fermo, mentre ondeggia sul palco e in più momenti canta dando le spalle al pubblico. Ma quando parte ‘Reptilia’, la distanza dura poco: la seconda canzone della serata ottiene come reazione un “wow” da parte del cantante stesso. La scaletta affianca i classici – ‘Hard to Explain’, ‘Someday’, ‘Last Nite’, ‘Take It or Leave It, 'The Adults Are Talking' – ai brani più recenti, compresi quelli di ‘Reality Awaits’ e alcune chicche, come l'apertura affidata alla nuova 'Tyrants of the Mellow Moon'. La distanza tra gli esordi e il presente si sente, è vero, ma non cancella l’intesa tra Casablancas, Nick Valensi, Albert Hammond Jr., Fabrizio Moretti e Nikolai Fraiture. Sul palco, Casablancas continua a fare di testa sua. Nelle date londinesi ha improvvisato battute, cambiato testi e rallentato alcuni brani. A un fan che chiedeva una canzone ha risposto: “Se volete che non suoniamo mai un brano, chiedetecelo”. All’Unipol Arena chiede al pubblico quanti non sono di Bologna e le mani che si sollevano sono migliaia. “Allora potete uscire” scherza indicando la porta. Di recente gli Strokes hanno allargato i loro orizzonti. Il 2 ottobre scorso, al concerto di Flushing Meadows, a New York, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez sono saliti sul palco per introdurre la band, richiamando temi come le disuguaglianze economiche e l’opposizione all’autoritarismo. La politica è entrata così nel racconto di un gruppo che, agli inizi, sembrava voler parlare soltanto di canzoni. E Bologna non è da meno. L’italiano Fabrizio Moretti, alla batteria, intona ‘Bella ciao’ a sorpresa, trascinando Casablancas e l’intera arena che si mette a cantare l'inno partigiano, prima di riprendere le bacchette e attaccare ‘Lonely in the Future’. “I just wanted to be one of the Strokes” cantava Alex Turner degli Arctic Monkeys nel 2018. Una frase che oggi racconta l’influenza di Casablancas e compagni su chi è arrivato dopo di loro ma anche quella da cui gli stessi The Strokes hanno provato, disco dopo disco, a prendere le distanze. A Bologna qualcuno si aspettava ancora la band del 2001. Non l’ha ritrovata, per fortuna. O almeno, ha trovato gli Strokes di oggi: meno interessati a ripetersi, ancora capaci di far saltare un’arena intera con brani come ‘Reptilia’ e ‘Last Nite’ e sì, di sorprendere anche con ‘Bella ciao’. (di Federica Mochi)
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